"RIO DE ORO" Marche Associazione Regionale di Solidarietà con popolo SAHARAWI

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Saharawi (gente del deserto)

La vegetazione è assente eccetto rarissimi alberi a spine ed una oasi naturale di poche vecchissime palme. L'acqua è, reperibile a breve profondità, ma ha una elevata salinità fino a renderla non potabile.La vita nei campi scorre lenta, turbata solo dal rumore continuo dei pochi generatori, che garantiscono l'energia elettrica agli ospedali e ai centri di accoglienza. Nelle tende, per i più fortunati, la luce è garantita dai pannelli solari, per altri non resta che la luce fievole del gas.
Nella monotonia del paesaggio spiccano i colori delle donne saharawi, che avvolte dai loro mantelli trasparenti dai colori vivacissimi si occupano dell'amministrazione dei campi, e il sorriso dei bambini che giocano con pietre e sabbia. In un universo materialmente povero all'inizio le tende erano fatte con pezzi di stoffa incessantemente ricuciti in una lotta senza tregua contro il vento ma simbolicamente ricco, la vita dei rifugiati andrà organizzandosi in un modello comunitario del tutto unico al mondo. Sono circa 250.000 e vivono in uno dei deserti più inospitali della terra, quello dell'Hammada di Tindouf, dove la temperatura il luglio e agosto supera i 60° e d'inverno cala sotto lo zero.
Sono vecchi, donne e bambini a popolare le tende e le case di sabbia. La maggior parte degli uomini sono al fronte a proteggere il fazzoletto di terra conquistato negli anni. I Saharawi non nascondono la loro povertà come se fosse una vergogna: al contrario sanno valorizzare e nobilitare il poco che hanno, al punto che le stesse tendopoli, messe su con gli aiuti umanitari, che in tanti altri posti al mondo sono inferni senza redenzione, qua sembrano villaggi millenari. Sono capaci di scrivere con i colori, con la luce, con i materiali più poveri sulla grande tela che è il deserto. Le tendopoli Saharawi, non sono certo un paradiso dove trascorrere le vacanze. E' duro nascere e vivere in un ambiente al limite della sopravvivenza, dove manca il bene più prezioso: l'acqua. Cisterne dell'ONU riforniscono ogni 15 giorni i cubi scatole di metallo chiusi da rudimentali sportelli dove, soffiata dal vento, inclemente la sabbia entra a inquinare quell'acqua leggermente salata e resa potabile dall'aggiunta di cloro. Acqua che travasata in una varietà di recipienti deve bastare per tutto e per tutta la famiglia, centellinata e recuperata goccia dopo goccia. In queste condizioni i bambini crescono consapevoli di tutti i disagi e di tutte le esigenze della famiglia e fieri di appartenere al popolo della sabbia.

Noi con loro

E' bastato camminare tra le tende, sentire i saluti gioiosi dei bambini guardare gli occhi sinceri della gente per dimenticare il mondo lontano, il mondo civile, per sentirci, forse dopo molto tempo o addirittura per la prima volta, padroni di noi stessi, liberi; liberi in una prigione senza sbarre e dove i muri sono il nulla del deserto. Una libertà fatta di niente, di miseria, ma libertà che si manifesta nella quotidianità dei piccoli gesti, nella riscoperta del contatto umano.
Liberi di giocare a piedi nudi per la strada, con i bambini che ti rincorrono e ti abbracciano, asciugando con il bordo della maglia qualche naso che scola. Liberi di rispondere agli sguardi, di salutare e di parlare con tutti, di camminare senza meta. Liberi, noi, ti ripartire. Di lasciare quel paradiso di umanità, dove ci hanno accolto come amici di vecchia data come gente di loro. I Saharawi non nascondono la loro povertà e con la stessa dignità chiedono all'occidente di dividere un po' dei loro beni materiali. Alcuni detti saharawi recitano:
Il coraggio è vivere per la libertà , I sogni della notte sono cancellati della realtà del giorno e ancora Non dimenticare la tua dimora davanti a chi esalta la sua. Negli ultimi anni nei campi profughi sono sorti, ad opera di medici volontari, dei centri di educazione speciale che però sono ancora lontani dai loro obiettivi. Il progetto di sostegno a distanza, vuole, oltre che aiutare concretamente la famiglia e il disabile non aumentare l'emarginazione che inevitabilmente provoca la malattia.